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Città e democrazia, Franco Riva

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Città e democrazia, Franco Riva

Il prof. Franco Riva, docente di Etica Sociale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha affrontato il tema La città e la democrazia. Nell’introdurre l’incontro Ettore Rossi ha affermato: “La città è la casa grande dell’uomo. Con tale espressione si vuole sottolineare il rapporto inscindibile che c’è tra il cittadino e la città in cui egli abita con i suoi cari e svolge le sue attività quotidiane. Ecco, allora, la necessità di una partecipazione delle persone alle sue vicende la più ampia possibile, in modo da costruire condizioni positive di vita e accoglienza per tutti: nel lavoro, nella scuola, negli ospedali, nei quartieri, nelle piazze e giardini”. Secondo il Franco Riva, la città è il luogo per antonomasia dell’ambiguità: in essa convivono la promessa, il sogno, la degenerazione del sogno in incubo, l’aspirazione alla pace e l’esplosione dei conflitti, le promesse di benessere che diventano realtà di povertà, la giustizia e l’ingiustizia. L’ambiguità segna, a sua volta, un meccanismo tragico: la delusione, infatti, aumenta il fascino legato alle città. Le ambiguità non sono, però, un corpo estraneo; esse appartengono, al contrario, alla natura stessa delle aree metropolitane.
La città è anche il luogo ove regna l’illusione della sicurezza. I cittadini hanno bisogno di rassicurazioni e si nutrono di quelle che vengono loro offerte. L’illusione novecentesca per antonomasia è stata quella della felicità pubblica. La realtà, invece, è segnata dall’insicurezza, cui la città risponde con la militarizzazione, vero e proprio monumento all’insicurezza. Quest’ultima dice tutto l’affanno della città impegnata nella sopravvivenza a se stessa.
Le insicurezze cittadine sono personali e collettive insieme. “Ne deriva che la sicurezza è solo di pochi, una sorte di prerogativa oligarchica, quasi tribale. Nell’insicurezza generalizzata, però, è sempre vero che qualcuno ha le mani sulla città”. “Non siamo di fronte alla lotta dell’uomo contro la natura, ma alla fatica – tutta propria della città – dell’essere-con-gli-altri. Unica via d’uscita è rendere la città ciò che è per definizione: essa è per tutti ed è democratica. Emerge, quindi, il valore della diversità, dell’accoglienza, dell’ospitalità per tutti. “Una città del genere – afferma Riva -  non parla in prima istanza le parole dell’ordine, ma chiede un dis-ordine rispetto all’ordine presunto, tutelando le diversità”.
L’accoglienza non è una faccenda di buon cuore, ma di giustizia. La città è l’insieme dei volti che la compongono; essa stessa ha un volto di per sé. La tensione etica da cui la città deve essere animata è, quindi, tornare ai volti. Per far ciò occorrono luoghi di prossimità, non solo spazi di rappresentanza, oggetti di facile retorica.
La città possiede un’amica etica e un’anima architettonica, senza che queste siano distinte. La distinzione genera un vizio di ospitalità, di cui la speculazione è emblema.
La città è democratica in quanto è l’unica forma di governo con rapporto inestricabile tra partecipazione e responsabilità. Separando questi due elementi, la democrazia diventa virtuale e si declina in senso retorico, esaurendosi nel momento elettoralistico.

L’immagine della città, significativamente, chiude la Bibbia, nel libro dell’Apocalisse. “Essa – afferma Riva -  è circondata da mura, ma ha tante porte. All’interno non c’è alcun palazzo del potere, nemmeno quello della religione. C’è solo una piazza”.

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